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Primo Piano, sala 3

DE CHIRICO

“L’orologio del campanile segna mezzogiorno e mezza. Il sole è alto nel cielo e bruciante. Rischiara le case, i palazzi, i portici. Le loro ombre tracciano nel suolo dei rettangoli, dei quadrati, dei trapezi di un nero così dolce che l’occhio bruciato ama rinfrescarsi in essi. Che luce, e come sarebbe dolce vivere laggiù, vicino a un portico consolante, a una torre insensata coperta di piccole bandiere multicolori, in mezzo a uomini intelligenti e dolci. L’ora è mai passata? Che importa perché noi la vediamo passare. Che assenza di temporali, di grida di gufi, di mari in tempesta. Omero non avrebbe trovato nessun canto. Un carro funebre aspetta da tempo infinito. E nero come la speranza, e qualcuno stamattina sosteneva che la notte attendesse ancora. Da qualche parte c’è un morto che non si vede. L’orologio segna mezzogiorno e trentadue minuti, il sole scende; bisogna partire”.

La morte misteriosa (Manoscritti Paulhan), Parigi, 1911 – 1915

“Eccoci” disse Ebdòmero aprendo le braccia davanti ai suoi compagni, col gesto classico del capitano temporeggiatore che frena lo slancio dei suoi soldati. Giunsero sulla soglia d’una sala vasta e alta di soffitto, ornata secondo la moda del 1880. Completamente vuota di mobili, questa sala , per la luce e il tono generale, faceva pensare alle sale da gioco di Montecarlo; in un angolo due gladiatori si esercitavano senza convinzione sotto lo sguardo annoiato d’un maestro, ex gladiatore in ritiro, che aveva il profilo di un avvoltoio ed il corpo coperto di cicatrici.

“Galdiatori ! Questa parola contiene un enigma” disse Ebdòmero rivolgendosi a voce bassa al più giovane dei suoi compagni. E pensò ai teatri di varietà, il cui soffitto illuminato evoca le visioni del paradiso dantesco; pensò anche a quei pomeriggi romani, alla fine dello spettacolo, quando il sole declinava e l’immenso velario aumentava l’ombra sull’arena da cui saliva un odore di segatura e di sabbia inzuppate di sangue”.

Hebdòmeros, 1929

ALBERTO SAVINIO

“Le mie pitture non finiscono dove finisce la pittura. Continuano. E si capisce. Erano già nate prima che fossero dipinte.  E’ giusto che vivano al di là della superficie dipinta. Anche perché nelle mie pitture c’è un fiato romantico. Quel fiato romantico che, ineffabilmente, continua al di là della cosa”. (1940)

“Si tratta insomma di vedere le cose che gli altri non vedono: quelle che vivono all’ombra delle sorelle ammirate: le cenerentole della città. Si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nel momento in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille”. (1944)

“Per molti la poesia viene da fuori alle cose, le tocca, le penetra, le anima di sé; per altri, tra i quali io mi pongo, la poesia non viene da fuori, ma nasce dentro la cosa stessa: dal fondo di ciascuna cosa. Questa la proprietà della poesia «metafisica», questo alimentarsi da sé, come i laghi di origine vulcanica”. (1948)

“Io ho chiaramente sentito, chiaramente capito che quando la ragione d’arte di un artista è più profonda e dunque “precede” la ragione singola di ciascun’arte, quando un artista, in altre parole è una “centrale creativa”, è stupido, è disonesto, è immorale chiudersi dentro una singola arte, asservirsi alle sue ragioni particolari, alle sue ragioni speciali”. (1949)

Painting
Giorgio de Chirico, 1933-1934
Painting
Alberto Savinio (Andrea de Chirico) , (1934)
Alberto Savinio (Andrea de Chirico) , 1945-1946

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